sabato 7 giugno 2014
«Nella conoscenza tradizionale, quella che si riallaccia ai Santi Misteri occidentali e alla Sacra Tradizione dei Veda-Upaniṣad (per citare due Rami dell'unica Fonte), l'aspetto teorico e quello pratico realizzativo sono sempre collegati e compresenti. La filosofia, quale espressione di tale conoscenza, si svolge quindi su un doppio binario capace di dare alla figura del Filosofo e Conoscitore tradizionale la sua peculiare caratteristica: quella di prospettare una "visione" e di incarnarla.
Di solito si dice che il pensiero di un filosofo dianoetico ha un suo sviluppo o evoluzione nel senso che il suo pensiero viene man mano maturando e strutturando fino a giungere alla sua espressione più completa. A volte tale sviluppo avviene anche con ripiegamenti, ripensamenti e perfino impliciti disconoscimenti di passi precedenti. Ma questo non avviene nel caso del Conoscitore tradizionale in quanto, possiamo dire, egli appare sulla scena del mondo già con una completa visione conoscitiva. E non può che essere così dal momento che egli ha "visto", con l'occhio della coscienza, la Verità nella sua interezza e nella sua unità.
Parmenide, Platone, Plotino, Gauḍapāda, Śaṅkara, ecc. hanno proposto fin dall'inizio la conoscenza con la certezza di chi, appunto, ha "visto". Nei loro scritti non ci sono fasi, sviluppi, maturazioni, ma la costante e immutata esposizione di quella visione da molteplici angolature. E ciò che più conta, quella visione è portata in atto, vissuta consapevolmente, per cui possiamo dire di questi grandi che essi sono stati Maestri non solo di conoscenza ma anche di vita.»
giovedì 20 febbraio 2014
Dal romanzo che ho intitolato "Eroe", e dalla Vita:
Prima di morire, Ardi ricordò quando era solo un cucciolo di quella specie che adesso chiamava “uomo”.
Era forte, vivace, desideroso sempre di sfidare qualcuno o qualcosa.
Già allora i suoi genitori intuivano il carattere che sarebbe sbocciato da adulto.
Crescendo teneva a bada i problemi che la vita gli poneva davanti.
Forte e robusto, sicuro delle proprie facoltà e col vago ma persistente presentimento che quello non era tutto, che c’era qualcosa oltre la dimensione abituale della sua esistenza.
Quando fu ormai abbastanza coraggioso da mollare la propria famiglia, s’imbarcò nell’esplorazione di quel vasto ecosistema che i più chiamavano “mondo”.
Di avventura in avventura, giunse a scoprire che ogni traguardo, ogni raggiungimento, conteneva in sé il germe per un’ulteriore acquisizione.
Gli parve, impegnandosi così, che non sarebbe mai pervenuto a una fine.
Quanto c’era di realistico nella propria ricerca, e quanto invece d’illusorio?
Chi avrebbe mai potuto asserire che un continuo cercare avrebbe dato più frutti che assettarsi davanti a un fiume, a osservarne le acque?
Gradualmente, ma inesorabilmente, la fiducia nella propria avventura scemò.
Gli anni erano trascorsi senza che fosse mai pervenuto a uno stato d’animo di completo appagamento.
Si arrese; un bel giorno abbandonò lo zaino che recava con sé dall’epoca della prima giovinezza.
Erano trascorsi quindici anni: i suoi amici, i parenti, tutti avevano deciso di realizzarsi restando in un posto.
Cosa riservava per lui quella forza misteriosa e trascendente chiamata Destino?
Sedette.
Osservò le acque, placide, del porto.
Era giunto lì, come sempre, spinto da un’illusione.
Quella sera il liquido olezzoso gli parve ancora più scuro.
Sorrise: forse, infine, aveva compreso.
Non era lui a cercare, era il mondo che, dietro l’aura gravida di promesse, celava il suo più riposto segreto: la ricerca, qualunque ricerca, ha significato solo per il suo cercatore.
Prima di morire, Ardi ricordò quando era solo un cucciolo di quella specie che adesso chiamava “uomo”.
Era forte, vivace, desideroso sempre di sfidare qualcuno o qualcosa.
Già allora i suoi genitori intuivano il carattere che sarebbe sbocciato da adulto.
Crescendo teneva a bada i problemi che la vita gli poneva davanti.
Forte e robusto, sicuro delle proprie facoltà e col vago ma persistente presentimento che quello non era tutto, che c’era qualcosa oltre la dimensione abituale della sua esistenza.
Quando fu ormai abbastanza coraggioso da mollare la propria famiglia, s’imbarcò nell’esplorazione di quel vasto ecosistema che i più chiamavano “mondo”.
Di avventura in avventura, giunse a scoprire che ogni traguardo, ogni raggiungimento, conteneva in sé il germe per un’ulteriore acquisizione.
Gli parve, impegnandosi così, che non sarebbe mai pervenuto a una fine.
Quanto c’era di realistico nella propria ricerca, e quanto invece d’illusorio?
Chi avrebbe mai potuto asserire che un continuo cercare avrebbe dato più frutti che assettarsi davanti a un fiume, a osservarne le acque?
Gradualmente, ma inesorabilmente, la fiducia nella propria avventura scemò.
Gli anni erano trascorsi senza che fosse mai pervenuto a uno stato d’animo di completo appagamento.
Si arrese; un bel giorno abbandonò lo zaino che recava con sé dall’epoca della prima giovinezza.
Erano trascorsi quindici anni: i suoi amici, i parenti, tutti avevano deciso di realizzarsi restando in un posto.
Cosa riservava per lui quella forza misteriosa e trascendente chiamata Destino?
Sedette.
Osservò le acque, placide, del porto.
Era giunto lì, come sempre, spinto da un’illusione.
Quella sera il liquido olezzoso gli parve ancora più scuro.
Sorrise: forse, infine, aveva compreso.
Non era lui a cercare, era il mondo che, dietro l’aura gravida di promesse, celava il suo più riposto segreto: la ricerca, qualunque ricerca, ha significato solo per il suo cercatore.
mercoledì 18 dicembre 2013
"Nato nel 1406, come si calcola facilmente, aveva Filippo Lippi allora la tonda età di cinquant'anni, creduta meno adatta a cose forti e nuove di quella di quaranta, di trenta: e dei venti non parliamo. Mi pare poi che ciò sia vero per coloro appunto che stanno a contarsi gli anni addosso, a calcolare passi, passaggi, cedimenti: mentre chi, giorno dopo giorno, anno per anno, allunga con semplice lena la mano ai frutti, può arrivare senza ceder gioia ed appetito a cinquanta, a sessanta e chissà quanti ancora: fino a che la pietà di Dio, annoiata del suo lieto peccare, lo toglie dal mondo alla buon'ora."
martedì 29 ottobre 2013
Emozioni
La maggior parte di noi è separata dalle proprie emozioni. Non percepisce più alcune emozioni che pertanto cerca fuori, ossia adoperando supporti quali esperienze particolari, incontri particolari, non ultime visioni di film, letture di fumetti e romanzi.
Nel corso della nostra vita capita di perdere il contatto con parti di sé, parti che ci appartengono ma che abbiamo soffocato.
Tutti ricordiamo certe emozioni o suggestioni che provavamo da piccoli.
La scoperta del mondo, il piacere per un regalo inaspettato, la leggerezza di una corsa in campagna.
Là esperivamo stati d’animo connaturati al nostro sé.
Le emozioni si spandevano assieme a un senso di vitalità.
Amicizie, primi amori, primi approcci col sesso.
Crescendo siamo stati confrontati con doveri via via maggiori.
Responsabilità, lavoro, famiglia.
Allora acquistiamo un’auto nuova, o un abbonamento annuale a una palestra di quelle con 1000 corsi frequentabili.
Cerchiamo partner tra gli sguardi fugaci che incrociamo.
Cerchiamo conferme al nostro senso d’identità, all’idea di chi siamo.
E così avanziamo in un vortice espansionistico che spesso si avvita, all’improvviso o per gradi, su se stesso.
Le emozioni che provavamo da bambini non sono mai svanite, la capacità di sperimentarle è rimasta immutata.
Siamo ancora capaci d’innamorarci come al liceo, di godere per un canestro centrato, o di esaltarci per la prima corsa in motorino.
Possiamo ancora sobbalzare per una risposta inattesa, per un gioco ricevuto, per un passero scoperto sul davanzale.
Siamo ancora in grado di amare.
Nel corso della nostra vita capita di perdere il contatto con parti di sé, parti che ci appartengono ma che abbiamo soffocato.
Tutti ricordiamo certe emozioni o suggestioni che provavamo da piccoli.
La scoperta del mondo, il piacere per un regalo inaspettato, la leggerezza di una corsa in campagna.
Là esperivamo stati d’animo connaturati al nostro sé.
Le emozioni si spandevano assieme a un senso di vitalità.
Amicizie, primi amori, primi approcci col sesso.
Crescendo siamo stati confrontati con doveri via via maggiori.
Responsabilità, lavoro, famiglia.
Allora acquistiamo un’auto nuova, o un abbonamento annuale a una palestra di quelle con 1000 corsi frequentabili.
Cerchiamo partner tra gli sguardi fugaci che incrociamo.
Cerchiamo conferme al nostro senso d’identità, all’idea di chi siamo.
E così avanziamo in un vortice espansionistico che spesso si avvita, all’improvviso o per gradi, su se stesso.
Le emozioni che provavamo da bambini non sono mai svanite, la capacità di sperimentarle è rimasta immutata.
Siamo ancora capaci d’innamorarci come al liceo, di godere per un canestro centrato, o di esaltarci per la prima corsa in motorino.
Possiamo ancora sobbalzare per una risposta inattesa, per un gioco ricevuto, per un passero scoperto sul davanzale.
Siamo ancora in grado di amare.
domenica 29 settembre 2013
«Mai riuscirai a gioire del mondo fintantoché non sentirai l’oceano scorrere nelle tue vene, fintantoché non ti rivestirai del firmamento e ti coronerai di stelle, contemplandoti come l’unico erede del mondo intero – e ancor di più, poiché ci sono altri individui che, come te, ne sono gli unici eredi.»
martedì 17 settembre 2013
E' sempre difficile anteporre il dovere al piacere, alla consuetudine, a ciò che conosciamo.
E' più semplice perseguire il già noto, ciò che - riteniamo - non ci riserverà grosse sorprese.
Questo perché non siamo solitamente disposti a mettere in gioco noi e le nostre "certezze".
Procedendo in tal maniera, la Vita ci manifesta ogni sorta di prova.
Sfide, alle quali siamo chiamati a fornire una risposta.
Ancora, possiamo deliberatamente ignorare tali prove, adducendo ogni sorta di giustificazione a noi stessi e agli altri.
Possiamo continuare a ignorare il legame inscindibile fra gli eventi esteriori e le nostre abitudinarie maniere di comportarci, sin quando saremo troppo indietro per recuperare, e allora si spalancherà dinanzi a Noi la Morte.
E' più semplice perseguire il già noto, ciò che - riteniamo - non ci riserverà grosse sorprese.
Questo perché non siamo solitamente disposti a mettere in gioco noi e le nostre "certezze".
Procedendo in tal maniera, la Vita ci manifesta ogni sorta di prova.
Sfide, alle quali siamo chiamati a fornire una risposta.
Ancora, possiamo deliberatamente ignorare tali prove, adducendo ogni sorta di giustificazione a noi stessi e agli altri.
Possiamo continuare a ignorare il legame inscindibile fra gli eventi esteriori e le nostre abitudinarie maniere di comportarci, sin quando saremo troppo indietro per recuperare, e allora si spalancherà dinanzi a Noi la Morte.
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